Cenerentole senza scarpetta (e il Principe guarda la TV in mutande)

Tutti i giorni affiorano ricordi di storie tristi nella mia mente, alcune mie, alcune di altre donne, e se non prendo appunti prima o poi quei ricordi svaniranno col tempo, e sarebbe un peccato perché siamo ciò che ricordiamo, alla fine.

Oggi il mio pensiero va ad una ex vicina di casa, Margarita, una bella signora sui 35 anni (allora) piccolina, magra, coi capelli e gli occhi neri come il carbone e un viso dolcissimo. Margarita, il nome di un fiore, fragile come un fiore, un’ altra vittima del maledetto Complesso di Cenerentola che tutte abbiamo coccolato fin dalla tenera infanzia, e non saremo le ultime ad averlo fatto, purtroppo.

Margarita lavorava come una schiava dalla mattina alla sera in una casa troppo grande : 3 piani, giardinetto davanti a casa, giardinetto dietro a casa, marito, due figli, un chow-chow nero con alopecia. Anche il cane, sicuramente, percepiva lo stress che aleggiava denso in quella casa, e perdeva il pelo, il poverino.

La incrociavo quasi ogni giorno, Margarita, perché oltre a condividere lo stile di vita, ahimè, avevamo orari simili : la spesa e andare a prendere i figli a scuola ci distoglievano, almeno per qualche ora, dal rapporto continuo con elettrodomestici, detersivi e ordine maniacale. Lo scambio di frasi era sempre lo stesso, quasi fosse un mantra o uno scongiuro o, sicuramente, un disperato SOS tra casalinghe incatenate ad una vita frustrante. “Odio questa casa, bisogna stare tutto il giorno con lo straccio in mano”, diceva ogni volta.

In cuor mio pensavo sempre “mal comune, mezzo gaudio” ma in realtà lei stava ben peggio di me. Margarita tirava avanti con l’aiuto dell’ alcol, il suo alito puzzava sempre di vino, ed il suo sguardo un po’ spento ne era la prova evidente.  Non ho mai avuto il coraggio di dirle “se hai bisogno di un’ amica per sfogare le tue pene, sono qui”, più che altro perché stavo anch’io nuotando con bracciate lunghe e un po’ disperate per non annegare in quella paranoia fatta di senso del dovere e di solitudine.

Era sempre sola, Margarita, coi bambini e con il cane spelacchiato. Il marito aveva un locale notturno, quindi di giorno dormiva, e la sera usciva di casa con uno dei macchinoni che portava, ogni giorno uno diverso : ma quanto cavolo guadagna il proprietario di un locale notturno? Malignamente ho sempre pensato che fosse un puttaniere, o uno spacciatore, o tutte e due le cose. L’ho beccata molte volte con gli occhi pieni di lacrime, ma non mi ha mai raccontato nulla, ed io non osavo fare domande. Le nostre case erano incollate, come lo sono le villette a schiera dove abitavamo, e non li ho mai sentiti litigare, e nemmeno parlare, a dire il vero. Una vita decisamente tranquilla, silenziosa, quasi morta.

Non c’è un motivo particolare perché io abbia voluto scrivere questa storiella. Ci sono milioni di Margarita nel mondo : disilluse da un sogno inesistente, che hanno come miglior amico una bottiglia o vassoi di pasticcini e un bel corredo di stracci per tenere i bicipiti tonici. O forse sì, c’è un motivo. Ci penso spesso, purtroppo. Mi chiedo perché, pur avendo studiato e conosciuto il mondo, noi donne cadiamo sempre sulla stessa buccia di banana, quel maledetto Complesso di Cenerentola dal quale vedo che nessuna scappa. Se poi decidiamo di fare le mamme a tempo pieno, e ci chiudiamo nelle quattro mura domestiche a fare le brave mogliettine, paghiamo la scelta con una solitudine incolmabile ed un’ esclusione definitiva dal mercato del lavoro quando poi il mandato della riproduttrice finisce. Il seguito della storia è evidente, ci si barcamena alla meglio per cercare  di non affondare tra la  frustrazione di sogni svaniti e di ricordi di scarpette di cristallo che non abbiamo mai avuto, quando oramai i pargoli hanno preso il volo.

Fra due giorni, il #25Novembre, sarà la “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”. Sarà la solita commemorazione piena di belle frasi e di rivendicazioni, ma poco cambierà all’ atto pratico. Noi donne, per ora, continueremo a portare il fardello più pesante in tutti gli ambiti. Violenza è anche precluderci  la possibilità di avere un lavoro che non ci faccia dipendere da nessuno, violenza è dover rinunciare alle proprie aspirazioni ed al proprio sviluppo come essere umano, indipendentemente dal fatto di appartenere a un genere e di aver fatto delle scelte biologiche, antropologiche e sociali che sono diventate un vero lusso, e una ghigliottina allo stesso tempo.

Margarita, non so dove tu sia finita, ma ti penso, tanto, con affetto.

 

P.S.

A chi non l’avesse ancora letto, consiglio questo libro, che è  datato, ma sempre attuale : “Il complesso di Cenerentola. La segreta paura delle donne di essere indipendenti” di Colette Dowling, così, tanto per chiarirsi le idee.

 

 

 

 

 

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