Ciao zio Paolo. Anzi, no, addio…

L’ultima volta che ti vidi fu prima che io andassi a vivere a Madrid : era l’estate del 1992, credo, e venni a trovarvi con il mio nuovo fidanzato spagnolo. Come sempre ricevetti un’ accoglienza calorosa, all’ antica, con tanto cibo e vino e attenzioni. Così come facevate sempre voi, gente di campagna, così genuina e sincera.

In quest’ ultimo mese ho pensato tanto a te, alla tua malattia improvvisa, che ti ha divorato a grandi morsi, senza pietà. Ho pochi ricordi di te, zio caro, ma sono tutti nitidissimi.

Quando ti vidi per la prima volta, a casa del nonno Umberto : io ero una piccola mocciosa insopportabile di 5 anni o giù di lì. Ricordo come fosse adesso che saltavo sul divano, sicuramente per attirare l’attenzione, e facevo la spavalda ma in realtà tu m’ intimidivi. Così alto e riservatissimo, il fidanzato della mia zia Chiara, la mia preferita, quella che faceva le pettinature alla mia bambola Susanna, con tanto di piccoli bigodini e phon.

Poi ricordo benissimo quell’estate che venni a passare una vacanza da voi, doveva essere l’estate del 1969, perchè la zia aveva il pancione : eravate in attesa del primo figlio. Io mi divertivo un mondo con voi : di giorno la zia Chiara mi insegnava a ricamare. Avevo imparato l’orlo a giorno, con i fili contati! Poi andavamo a fare la spesa in bici, in piazza. E quando arrivavi tu, la sera, mi lasciavi salire in soffitta a leggere la tua collezione di “Topolino”. Stavo lì delle ore, credo di averli letti tutti.

Poi ricordo come fosse ora una gita in campagna, con la tua Fiat 124 color crema, dovevano essere i primi anni ’70, e lo so con certezza perchè tu mettesti una cassetta Stereo 8 nell’ autoradio, e fu lì che sentì per la prima volta “Innocenti evasioni” di Lucio Battisti. Per tutta la vita quella canzone è stata legata al ricordo di te.

E quella bagna caöda nel mese di agosto in giardino, con le zanzare che ci stavano mangiando vivi? Non ricordo l’anno, ma c’era già la mia piccola Vivian, quindi potevano essere i primissimi anni ’90. Quella sera venne anche Don Gianni, tuo amico, che mangiava, beveva e fumava alla grande, ed io mi sorpresi nel vedere che un prete poteva essere così “umano” e terreno come noi comuni mortali. Che risate!!

Potrei dilungarmi ulteriormente, zio caro, ma non voglio. Questo è un addio, perchè sai che sono atea e non credo nell’ aldilà, quindi non ci vedremo mai più. Spero che tu sia stato felice e che tu ti sia sentito amato. Gli affetti e la serenità sono le due cose più importanti in questa vita, che è l’unica che abbiamo.

Sarà bruttissimo tornare al paese per darti l’ultimo saluto, preferirei non doverlo fare, odio i funerali. Ma è mio dovere esserci, e riabbracciare le tue quattro donne che tanto, e questo lo so, hai amato.

Tua nipote Ross

 

 

 

 

 

 

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  1. “Questo è un addio, perchè sai che sono atea” è la frase più emblematica che io abbia mai letto circa il rapporto tra la religione e il costume sociale.
    Siamo talmente immersi in un contesto di indottrinamento religioso da 2000 anni che in italiano non abbiamo parole atee, nemmeno per salutarci.
    La Chiesa ha dettato legge, colonizzato ogni giorno del calendario, influenzato ogni parola del vocabolario, canonizzato ogni utile elemento, alla stregua di un presidio. L’ateo è immerso in questo contesto linguistico e ha persino difficoltà per esprimere liberamente il proprio pensiero.
    “Addio” è un appuntamento dinanzi “a Dio”.
    Nemmeno per un saluto siamo liberi di scegliere, non abbiamo nemmeno una parola per dirci “ciao per sempre”.
    Lo scrivo con grande rispetto per chi è religioso (che spero non si ritenga offeso da queste mie righe), ma vorrei fosse rispettato anche il mio pensiero ateo.
    Così come, il giorno della mia morte, mi auguro che possano esistere maggiori posti per riunire parenti e amici in una cerimonia laica di saluto al defunto, al di fuori delle chiese, che fino agli anni ’70 non c’erano proprio alternative e oggi i luoghi laici per le cerimonie funebri sono ancora assai pochini.
    E mi auguro possa esistere un’alternativa lessicale alla parola “Addio”, se a Dio non ci si crede.
    “Annulla”, proporrei.
    Nel doppio significato di darsi appuntamento dinanzi al nulla, e contemporaneamente a significare che una certa egemonia di linguaggio clericale sarebbe pure ora di annullarla.

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